Resistente nel tempo

e i miei amici io li ho chiamati piedi
perché ero felice solo quando si partiva...
(analfabetizzazione - claudio lolli)




martedì 27 settembre 2022

Claudio Lolli - Voglia di silenzio

E adesso è il turno del mio amato Claudio Lolli, ripubblico molto volentieri la recensione che scrissi per la Brigata Lolli di questo disco meraviglioso, meno conosciuto di altri ma non per questo meno bello. In questo disco c'è anche una delle canzoni che più mi identifica, ovvero Via col vento, in cui c'è proprio rappresentato quello che io avrei voluto essere, ma che le vicissitudini della vita non mi hanno permesso di essere, ovvero un professore.  E in Via col vento è rappresentato proprio quel tipo di insegnante anarchico che mi sarebbe piaciuto essere! 💙

L'album è questo che vedete qui sotto, e subito dopo come al solito in azzurro la recensione, nella quale mi è piaciuto sottolineare anche alcune intersezioni (termine che mi piace come sapete) con l'album L'uomo occidentale di Bennato del quale ho ripostato la recensione (cliccare qui se volete leggerla o rileggerla) alcuni giorni fa!

Copertina album Claudio Lolli (omonimo)

Claudio Lolli: Voglia di silenzio (La Brigata Lolli, 1 giugno 2004)

La canzone che fino a oggi mi ha dato più brividi non è di Guccini.  Non è nemmeno di De Andrè.  Eppure questi due meravigliosi signori hanno saputo darmene di brividi in tutti questi anni.  E tanti!

Quella di cui parlo è una bellissima canzone, di quelle che riescono a cambiare la visione delle cose, che rispecchia in pieno quella che è ormai da qualche anno una delle mie esigenze primarie: voglia e bisogno di silenzio!  Come dice il mio amico Red, a volte è bello capirsi senza parlare!  Così come sarebbe bello se tanta gente che ci circonda, dal mondo politico a quello sportivo, dalla cerchia dei conoscenti a quella dei colleghi di lavoro, dai parenti agli amici, provasse a chiudere gli occhi lasciandosi trasportare dai pensieri o, perché no, provasse a godere di questa incredibile sensazione.  È bello a volte starsene in silenzio, scoprire, gustare il silenzio che la mente può offrirci anche in presenza del rumore più assordante, ascoltare in silenzio una persona cara, godersi il silenzio dei propri sentimenti che non hanno nulla da dire perché si esprimono da soli (“tutte le lingue del mondo non ci servono per capirci e l'unica lingua che ho non mi basta per baciarti, per baciarti dove vorrei, dove sei bella come sei, dove non c'è mai stato bisogno di parlare” – Tutte le lingue del mondo, quarto splendido brano dell’album che stiamo scoprendo insieme), immergersi nel silenzio della penombra della propria stanza in quei momenti in cui non si sa che cosa fare per prima e non si ha nemmeno voglia di pensarci.

Una volta esisteva un silenzio che parlava:

...
ripensando a quel silenzio magico,
quel silenzio che non c'era più,
e ai rumori del mondo, antipatici,
dispettosi alzavano il bicchiere,
e i più romantici svillaneggiavano 
mostrando il sedere...

Sì, la canzone magica è questa, “La fine del cinema muto”, di Claudio Lolli, contenuta nell’album del ritorno di Claudio sulla scena, sulla nostra scena, “Claudio Lolli – Omonimo” del 1988.  Si è trattato di un ritorno alla sua maniera, cioè appunto in silenzio.  Tanto è vero che molti dei suoi estimatori non se ne sono nemmeno accorti subito, ma soltanto dopo qualche anno quando Claudio, assieme al suo chitarrista e amico fraterno Paolo Capodacqua, ha cominciato a proporla durante i concerti del loro “Viaggio in Italia”.  E allora la domanda era d’obbligo “Ma allora hai scritto qualcos’altro in questi ultimi anni?”  Inutile dire che, per noi, si è trattato di un ritorno alla grande.

“La fine del cinema muto” ci trasporta, fra un brivido e l'altro, in un mondo magico, in cui più si cerca di rimanere e da cui invece purtroppo più si continua a uscire.

...
si perdevano in discorsi accademici
sulla storia e il suo occhio di lince,
per capire se è vero che chi perde ha torto
e che ha sempre ragione chi vince...

Già, chi perde ha torto e ha sempre ragione chi vince!  È la ferrea regola del “saper campare”!  E non solo!  Edoardo e Eugenio Bennato hanno ripreso questo stesso concetto applicandolo alle guerre (“perché il più debole ha sempre torto e il più forte ha sempre ragione” – A cosa serve la guerra – da “L’uomo occidentale” di Edoardo Bennato), ai motivi futili e insensati per cui vengono combattute.  I potenti una guerra la vincono sempre, i deboli la perdono sempre.   Non ha bisogno di commenti!  I parallelismi fra i due album non sono però finiti.  Il secondo splendido brano del disco di Lolli, “Aspirine”, è anch’esso un pezzo da ascoltare in silenzio, al quale si riconduce in qualche modo “Every day, every night – A Kiev ero un professore” del disco di Edoardo.  I due personaggi, il professore di filosofia di Bennato (“perché tra il mio futuro ed il mio passato questa terra di nessuno è un passaggio obbligato”) e l’uomo descritto da Lolli (“c’è terra di nessuno fra l’angoscia e Gorbaciov... e lì vorrei portarti e riposarci ancora un po’”), si trovano entrambi a fare i conti con un passato, che comunque non rinnegano, per rivedere il proprio ruolo nella società il primo, e il proprio rapporto sentimentale il secondo.

Si passa poi dalla quotidianetà, sempre silenziosa, de “La pioggia prima o poi” (“Le impressioni solite della luce e del colore si mescolano a un brivido di aria mattutina, le automobili cominciano a muovere le ore, ti spettino un orecchio e ti faccio più carina... e la città è già nuvola, oasi senza deserto, e camminiamo tutti dentro alla carta velina, sotto a un cielo pirata, con un occhio coperto, la pioggia, prima o poi, ci arriverà vicina”) al perenne contrasto chiaro con le ferre regole della società, per la quale il tempo è denaro, laddove per Claudio invece è molto più importante, direi fondamentale nella vita di tutti i giorni, quel tempo, appunto “Tempo perso” (“il tempo ci scrittura come un impresario, noi lavoriamo gratis nel suo calendario e con un contratto ci farà pagare le poche cose che riusciamo a rubare, i baci rubati dietro le colonne o nel tempo perso di una notte insonne”), che invece denaro non è, ma rappresenta ben altro per noi che transitiamo velocemente in questa vita (“il tempo presente non si conosce, perde tempo a difendersi dalle angosce, si rifà vivo, molto invecchiato, solo quando sarà tempo passato”) e che avremmo anche il diritto di godercela un po’, in silenzio.

Chiude il disco un brano che secondo me è un vero capolavoro, sia per la musica (probabilmente è l’arrangiamento meglio riuscito di tutto l’album), che si lascia ascoltare ancora prima di far caso alle parole (cosa non facile nelle canzoni di Claudio), ma soprattutto per come racconta quello che racconta.  È un pezzo che mi tocca profondamente, che tocca una dimensione (quella del professore) sempre silenziosa, che è tutta mia e che sono riuscito solo di sfuggita a sfiorare con mano.  Credo proprio che insegnare sia quello che avrei voluto fare da grande, ma la vita mi ha portato purtroppo a dover fare altre scelte.   Aver vissuto il contatto con i ragazzi per poco meno di un anno mi fa mancare ogni giorno di più questa dimensione di rapporto fra professore anarchico (“Di cosa parleremo stamattina, di Marx oppure dell'ottava rima, o studieremo nella nebbia sui vetri le probabilità di futuro per gli innocenti, innocenti come siete voi, santi volgari ed ignoranti eroi di un mondo che non vuole e comprerà la vostra libertà” – “cari ragazzi dell'ottanta noi, santi volgari ed ignoranti eroi, rompere i vetri in caso di soffocamento ... e via col vento...”) e studenti (“Via col vento, via col vento, che non ha più risposte, solo un presentimento, via col vento, professore, per cominciare a vivere abbiamo poche ore, via col vento, via col vento, chissà perché mi viene in mente oggi la mia prima millecento...”), dimensione che Claudio, in  “Via col vento”, ci fa vivere con incredibile emozione. 

Ho voluto lasciare in fondo la terza canzone dell’album, che ha per me un significato particolare perché parla di una terza Rimini dopo quelle di De Andrè – “Rimini” – e Guccini – “Inutile” –.

È difficile fare confronti, e sicuramente io sono la persona meno indicata per fare analisi di testi, visto che ci sono sicuramente persone più competenti di me in proposito, fra professori, linguisti e letterati.  Ma questo tipo di confronto mi intriga troppo, sebbene non è mia intenzione farlo ora qui!  Mi intriga perché Rimini ha un suo fascino, lo ha sempre avuto, e non credo che sia casuale che tutti e tre i più grandi ne abbiano parlato, utilizzandola come pretesto per raccontare qualcosa con una canzone.  Già dalla prima strofa di “Adriatico” (“Non ci sono olandesi a Rimini a parte qualche turista, non ci sono ingegneri idraulici con progetti di riconquista, non ci son terre da recuperare, niente battaglie, tutto a posto sembra che debba averla vinta il mare...”) viene subito il primo pensiero, per non chiamarlo sussulto, che ti prende in toto, e cioè se questi versi vogliono in qualche modo ricordare le altre due Rimini, quella di Guccini (“a parte qualche turista”), ma soprattutto quella di De André (“non ci sono ingegneri idraulici con progetti di riconquista, non ci son terre da recuperare”, oppure “che non promette viaggi che non ci porterà mai lontano” in una strofa più avanti).  Qui veramente si tratta di un grosso sussulto!  Infatti, anche se la canzone è della metà degli anni ‘80 quando ancora aspettavamo con ansia il prossimo album di De André (“Le nuvole” n.d.a.), ti sembra quando la senti come se Lolli volesse ogni volta ricordare Fabrizio... forse perché siamo noi a volerlo ricordare attraverso le sue parole.  Le tre Rimini, in ognuno dei casi una Rimini simbolo di qualcosa di triste, la grande distruzione di un popolo descritta da De André, la piccola triste giornata d'amore descritta da Guccini, le piccole grandi tristi sensazioni descritte da Lolli.  Queste ultime sensazioni esprimono anch’esse un forte desiderio di silenzio, che contrasta con il “baccano” derivante da un mare come l’Adriatico, che per Claudio rappresentava anche quelle vacanze alle quali si è costretti da una tipica famiglia borghese emiliana.

Vorrei tornare un attimo a quel mio bisogno di silenzio che, come ho scritto all’inizio, contrasta con il dover vincere a tutti i costi.  Spesso infatti vincere viene identificato con il parlare e il silenzio diventa inevitabilmente perdente!  “Ma che fai, non parli?” mi dicevano quando ero bambino, oppure “Ha detto una parola, adesso nevica!”, anche in pieno luglio.  Poi si cresce, si comincia a lavorare, e avere sempre qualcosa da dire diventa pressante, quasi asfissiante... per vincere!  Non mi piace vincere così!  Mi piacerebbe vincere in un’altra maniera, facendo vincere i perdenti... forse è per questo che non farò mai carriera. 

CLAUDIO LOLLI - OMONIMO (Claudio Lolli)

1. La fine del cinema muto
2. Aspirine
3. Adriatico
4. Tutte le lingue del mondo
5. La pioggia prima o poi
6. Tempo perso
7. Via col vento


venerdì 26 agosto 2022

Inutilità della guerra

Continuiamo come promesso con i repost dal vecchio sito scomparso della Brigata Lolli 😢 Qui ve ne ripropongo uno ancora purtroppo molto attuale dove il tema, molto caro a Edoardo e Eugenio Bennato, della guerra e della sua completa inutilità gioca un ruolo fondamentale e fa da filo conduttore all'intero album. Il post risale al 2004, quando questo blog ancora non esisteva 😊 I temi trattati da Bennato nell'album di cui parlai a quell'epoca sono ancora tremendamente attuali soprattutto oggi, in cui si sono arrivate a dedicare anche 24 ore al giorno per parlare della guerra che sappiamo e di tutti i meccanismi Nato che Bennato in qualche modo condanna in questo album, quando invece molte altre guerre rimangono dimenticate e non meritano neanche una parola dai media e dagli stati più potenti, argomento che ripresi anche in questo post del blog! Anzi, a volte queste guerre "piccole" vengono considerate pure merce di scambio per ottenere vantaggi per altro discutibili, e ne scrissi un esempio nel post dedicato a una delle ultime canzoni di Vecchioni, ovvero Cappuccio rosso (clicca per leggere il post)! Qui sotto in azzurro la recensione che scrissi circa 18 anni fa che  mi fa piacere riproporre 😊

Copertina dell'album L'uomo occidentale di Edoardo Bennato

E’ passato un po’ in sordina l’ultimo lavoro di Edoardo Bennato. Un po’ troppo!

L’uomo occidentale, titolo dell’album, ha infatti già quasi un anno di vita, ma finora se ne è parlato poco. Forse la parentesi di alcuni dischi meno riusciti degli ultimi anni (a parte Sbandato, dove si è ricominciato a ritrovare parte del Bennato di un tempo) ha fatto passare sotto silenzio il fatto di aver rivisto finalmente un Bennato tornato a schierarsi alla grande. Con un disco a 360 gradi contro tutti i tipi di guerre, da quelle che coinvolgono i paesi potenti e di cui si parla sempre, a quelle dimenticate di cui non si parla mai, a quelle di beghe interne come accade da sempre nella sua Bagnoli, a quelle di terrorismo con il triste fenomeno dei kamikaze, già espresso da Vecchioni in una sua bellissima canzone, in cui Edoardo ha la sensibilità di non cadere nel luodo comune che vuole il fenomeno ristretto al mondo musulmano (“Non è amore la guerra della fede di chi è pronto a uccidere e morire per amore di Cristo o di Allah”). Il tutto trovando anche spazio per i più deboli e gli emarginati, per coloro che “in un censimento nessuno conterà” o “gli extracomunitari della comunità”.

Mia moglie mi ha regalato L’uomo occidentale circa quattro mesi fa. Prima di allora avevo ascoltato solo un paio di brani che passavano per radio, troppo poche volte per la verità. Su Isoradio esattamente, che per un viaggiatore come me è sicuramente la radio più ascoltata per causa di forza maggiore. "Stop America" per esempio era il brano più trasmesso credo, anche perché uscito prima con un singolo. Ne rimanevo sempre più catturato ("...però, questo è il Bennato che piace a me!"), quasi a scandire le dolcissime e fortissime sensazioni che mischiavano i ricordi più antichi, in cui il vecchio Bennato era immancabilmente in testa ai miei ascolti insieme a Guccini e De André (Lolli e Bertoli sono arrivati dopo). Ascoltavo con immenso piacere questo nuovo e ritrovato Bennato durante uno dei miei tanti viaggi, imprecando per il fatto che ormai Isoradio per il 99% trasmette musica che non amo. "Meno male che c'è ancora un piccolo 1%", ogni tanto mi ritrovavo a dire. E adesso continuo ad ascoltare tutto il disco con grande assiduità, scoprendo ogni volta delle sensazioni nuove.

Stop America, come dicevo, è un bel pezzo di Edoardo che apre l’album e condanna senza mezzi termini lo strapotere statunitense. Ma a fare grande l’album, a mio avviso, è la collaborazione di sempre con suo fratello Eugenio, ben conosciuto a noi di Bielle. Questo sodalizio si manifesta nel disco in quelli che secondo me sono i due brani più incisivi, scritti da Eugenio e magistralmente musicati da Edoardo che, verso dopo verso, è riuscito a cogliere con la musica ogni sfumatura di quanto scritto da Eugenio. A cosa serve la guerra l'ho sentita già un centinaio di volte, insieme all'altro brano scritto da loro a quattro mani che è Non c'è tempo per pensare. Entrambe le canzoni, che secondo me sono il fulcro di questo disco, come dicevo hanno una musica quasi perfetta, che Edoardo Bennato non poteva addattare meglio ai testi. Sembra quasi che abbiano scritto la stessa cosa, uno a parole e l'altro in musica. Già quando una canzone ti prende, ti entra dentro in modo forte e deciso ed è destinata a non uscire più dal tuo cuore e dalla tua testa... pensa poi quando in questa canzone c'è un concetto già espresso dal nostro Claudio Lolli, che amo in modo particolare, esattamente alla stessa maniera! Allora il piacere diventa doppio! NOTA: Riproporrò presto anche il post dedicato al disco di Lolli che contiene questi concetti. Sembra stupido, ma si ripercorre tutta una vita in compagnia di questi personaggi, ed è bello quello che si prova pensando che la tua musica non è casuale.

"si perdevano in discorsi accademici
sulla storia e il suo occhio di lince,
per capire se è vero che chi perde ha torto
e che ha sempre ragione chi vince..."
     (La fine del cinema muto - Claudio Lolli)

"la guerra è un caso irrisolto
perché la sua soluzione
è che il più debole ha sempre torto
e il più forte ha sempre ragione"
     (A cosa serve la guerra – Edoardo/Eugenio Bennato)

In Non c’è tempo per pensare c’è forte il concetto del falso patriottismo esteso dai potenti anche all’obbligo morale di partecipare a guerre sante per salvare in fretta il mondo, con conseguente sacrosanta ribellione, che sfocia nella diserzione, dovuta alla consapevolezza dell’inutilità di ogni tipo di guerra.

Un altro pezzo bellissimo è Every day, every night – A Kiev ero un professore. Prima questo filosofo vedeva tutto rosso intorno a sè, quello della società in cui viveva e quello del “suo semaforo”, ma “ora che ha saltato il fosso è un’altra vita, un altro rosso”. E’ proprio vero che il rosso attuale è migliore del rosso precedente? 

L’uomo occidentale, che dà il titolo all’album, non ha bisogno di commenti perché il titolo riassume esattamente quello che è il contenuto del testo (“...comporta anche il dovere di pensare a mantenere senza orgoglio e presunzione l’equilibrio mondiale e per questo ho il mio daffare perché è un obbligo morale”).

Bello anche il dialogo con un ragazzino molto più maturo della sua età, che non riesce a capire chi “ci detta le istruzioni” e alle cui perplessità verso il potere “non sa dare torto” (“coloro che fanno i miracoli a loro specifico uso e consumo”).

Il disco si chiude con due tributi, uno al grande Renato Carosone (‘O sarracino, rifatta molto bene alla sua maniera in versione rock) e uno a Elvis Presley (Love me, che ha voluto lasciare più o meno identica all’originale). Alla fine di quest’ultimo tributo, dopo circa un minuto e mezzo di silenzio nella stessa traccia (cosa già sperimentata in album precedenti), parte un brano in accento lombardo, con quell’erre moscia alla Guccini tipica delle parlate strette settentrionali, tratto da una poesia del Manzoni (Marzo 1821). Bella la musica, belli il ritmo e l’ambientazione che sembra fuori da studi di registrazione, quasi fatta in casa. Resta ancora un mistero la scelta di questa chiusura, con una poesia che, attualmente, parlerebbe quasi padano. Forse però scegliere di chiudere con il racconto di una guerra che non si è mai combattuta non è del tutto casuale.

L’UOMO OCCIDENTALE (Edoardo Bennato)

1. Stop America
2. Ritorna l'Estate
3. A Cosa serve la guerra
4. Bambina innamorata
5. Non c’è tempo per pensare
6. Si scrive Bagnoli
7. A me mi piaci così
8. Every day every night (A Kiev ero un professore)
9. Balli e sballi (Wooly Bully)
10. L'uomo occidentale
11. Non so darti torto ragazzino
12. Non è amore
13. Gloria
14. 'O Sarracino [Tributo a Renato Carosone]
15. Love Me [Tributo a Elvis Presley]

Questa è la recensione che scrissi nel 2004. Più avanti Bennato ha continuato a schierarsi, per esempio con l'album Pronti a salpare, in cui ha trattato in modo impeccabile il tema dell'immigrazione, che è un altro di quelli a me molto cari.

lunedì 8 agosto 2022

Maneggio, cavalli e nipoti

Rosalia

Più avanti capirete perché ho voluto iniziare il post con questa foto ❤️

Non sono mai salito su un cavallo. Ma su un cammello e un dromedario sì 😂 È stata un’esperienza molto bella, che mia moglie Maria si ricorda perfettamente, visto che al dromedario dietro di noi piaceva molto il nostro didietro e chissà come mai il suo muso andava sempre lì 😂😂😂

Comunque, a parte gli scherzi, salire su un cavallo è una delle cose che da ragazzo mi sarebbe piaciuto fare e che rimpiango di non aver fatto. Come imparare a suonare il pianoforte. Sia l’equitazione che le lezioni di piano erano cose purtroppo abbastanza dispendiose, e la mia famiglia fatta da 2 genitori e 4 marmocchi non navigava certo nell’oro. Ma ormai è andata, ho fatto altre cose tipo giocare a pallacanestro che mi resero felice lo stesso.

Tornando a noi, i cavalli mi sono sempre piaciuti, tanto è vero che da ragazzo adoravo guardare le imprese dei grandi Piero e Raimondo D’Inzeo, di cui allego una foto presa dalla rivista Cavallo Magazine, stavo incollato alla TV quando c’erano loro 💯

Piero e Raimondo D'Inzeo (foto da Cavallo Magazine)

E quando ne vedevo qualcuno mentre percorrevamo in macchina chilometri e chilometri rimanevo sempre affascinato e giravo sempre la testa. Bellissimi ricordi. Una cosa bella che adesso mi piace menzionare è che un mio carissimo amico cantautore canturino, Andrea Parodi, mi ha risvegliato di botto tutti questi ricordi di ragazzino nel momento in cui ho ascoltato per la prima volta il bellissimo album Chupadero, in particolare la bellissima canzone "Dove corrono i cavalli".

Chupadero è stato realizzato da Andrea, che insieme a un altro bravo cantautore toscano, Massimiliano Larocca, e ad altri loro colleghi di peso come Massimo Bubola e Jono Manson, hanno messo insieme per l’occasione un gruppo chiamato Barnetti Bros Band. Quel disco tocca le corde e ti porta verso la realtà del west americano con pezzi meravigliosi come Pancho e Lefty, tradotta in italiano dal brano dell'indimenticabile Townes Van Zandt!

Però grazie a mia nipote Rosalia ho scoperto quanto può essere rilassante passare un po’ di tempo in un maneggio.

Rosy nel suo ambiente naturale 😍

Spesso vado con lei insieme a mia moglie Maria, ma anche da solo qualche volta, a vedere Rosy che va ad allenarsi oppure a vedere le gare a cui partecipa, dimostrando di essere brava non solo nell'esito delle gare, ma anche per come gestisce bene il suo cavallo e per come dà il 100% di sè stessa, sia in gara che negli allenamenti. Quando mi siedo a guardarla mi sembra di dimenticare tutto, anche i miei acciacchi, e il tempo scorre in modo incredibilmente gradevole! Rosalia mi mette allegria perché vuole sempre che le faccia video e foto 😂 Le due che ho allegato, ovvero appunto quella all’inizio del post e quest’ultima, sono due delle fotografie più belle che le ho scattato. Mi fece letteralmente sciogliere quando le scattai la prima, quella in cui mi guarda e mi sorride, e per questo ho voluto metterla all’inizio del post. In tutto questo c'è quella tranquillità e senso di pace e rilassatezza, di cui parlavo prima, che il maneggio riesce a darmi, soprattutto quando vado a vedere gli allenamenti, perché ci sono poche persone e il rumore dei cavalli che vanno in pista e della voce della brava allenatrice riesce a confondersi con quello delle foglie mosse dal vento. Grazie Rosy per tutto questo, ti voglio bene! 💖


martedì 12 luglio 2022

Guccini e De André: viaggio fra intersezioni e contrapposizioni

Fino a poco tempo fa esisteva un sito, chiamato Brigata Lolli, nato alla fine del secolo scorso dall’idea di alcuni amici che insieme a me erano appassionati del nostro Claudio Lolli, per celebrare in qualche modo molti di quei cantautori che non avevano avuto quella visibilità e quel rispetto che avrebbero meritato, e si scelse Lolli proprio come simbolo, visto il suo costante interesse per gli ultimi. Questo sito anno dopo anno si riempiva di contenuti bellissimi su tantissimi personaggi sconosciuti, che avevano scritto e cantato cose bellissime, ma anche di aneddoti e storie legate a personaggi della musica più conosciuti. Questo sito purtroppo è scomparso dal web per motivi a me sconosciuti 😟 Ecco perché vorrei iniziare a riproporre qualcuno dei miei scritti che erano ospitati in quel sito, e inizierei con questo viaggio fra intersezioni e contrapposizioni su Guccini e De André, che mi sembra davvero bello riproporre. Si tratta del mio punto di vista su alcune cose che questi due grandissimi cantautori avevano in comune e altre in cui differivano, spero che vi piacerà.

Foto storica di De André, Guccini e Lolli

"Un anno è andato via; della mia vita già vedo danzar l'altro che passerà. Cantare il tempo andato sarà il mio tema, perché negli anni uguale sempre è il problema." (Francesco Guccini)

Che fatica fare un tema, ragazzi! Non è mai stato il mio forte, lo riconosco, preferivo navigare fra numeri ed equazioni. È dal liceo che non mi cimento più con questo tipo di esercizio, e nonostante qui si parli di due dei miei miti, vi confesso che non è affatto semplice e che mi stanno venendo mille paure di arenarmi senza riuscire più ad andare avanti. Forse se fosse stato un problema di Algebra o Geometria non sarei qui a preoccuparmi 😊

E visto che ho tirato in ballo l'Algebra e la Geometria, da buon matematico non posso che cominciare questo viaggio con un qualcosa che, per certi versi, può considerarsi contemporaneamente intersezione e contrapposizione per Francesco e Fabrizio, un qualcosa di molto importante per entrambi vissuta sia dall'uno che dall'altro con molta serenità e naturalezza, ma con cui ciascuno si confrontava a modo suo. Si tratta del "vizio" e del loro rapporto con esso. Entrambi avevano un ottimo rapporto con il vizio, diventava una cosa positiva che aiuta a vivere meglio e con la quale si convive facilmente, un qualcosa che sicuramente si adatta a ogni persona, identificandola. Questa può considerarsi l'intersezione. Ma dove sta la contrapposizione? Sta nel modo in cui essi lo vivevano e negli strumenti che entrambi hanno scelto per identificarli. Per Fabrizio la sigaretta, da sempre una compagna di vita e senza la quale non si fa nulla, non un concerto, non una delle poche interviste, non il contatto con la gente, la sua gente. Anche Francesco è un gran fumatore, ma non ha scelto questo per identificarsi. Lui si identificava con il vino, quel vino a cui non avrebbe mai rinunciato per tutto l'oro del mondo, e con cui non si fa nulla, non un concerto (se potesse si porterebbe il bicchiere anche durante un'intervista), non il contatto con la gente, la sua gente. E quale palcoscenico migliore di quello dove i due artisti si esibivano per capire questa loro identità, anche in questo contrapposta. La sigaretta di Fabrizio denotava una persona molto timida e riservata, che dà molto a chi lo sta ascoltando comunicando attraverso la propria solitudine tramite quella della sua eterna sigaretta, sempre accesa accanto alla sua chitarra. È come se dicesse "Amici, quello che sto facendo lo sto facendo per voi, e proprio per questo ho bisogno di chiudere la mente mentre canto, perché solo così riesco a darvi il massimo, cioé tutto me stesso!". Il vino di Francesco invece denotava una persona molto estroversa, un compagnone, che riesce a dare molto nel momento in cui coinvolge tutti nei suoi monologhi ridendo e scherzando, e proprio questo stava a significare quell'eterno bicchiere di vino su una mensolina in mezzo al palcoscenico, che è quel vino con cui ci si riunisce con gli amici a cazzeggiare, quel vino con cui ci dice "Amici, beviamo e scherziamo insieme, perché solo così la serata acquista più valore!". Tutto questo crea una grossa intersezione, e cioé che entrambi si ponevano a noi che li amiamo così come sono, senza fronzoli, e sempre con grande affetto.

Una qualità per me importantissima che li accomuna molto è rappresentata dalle loro prese di posizione secche e decise, particolare presente in modo anche più forte in Lolli e Bertoli, e da qui si capisce perché anche Lolli e Bertoli mi piacciano molto. È già difficile schierarsi politicamente quando si è personaggi come loro, e tutti e quattro lo hanno fatto, ma una volta schierati prendere posizione non è comunque facile, è scomodo.

Il viaggio fra le intersezioni prosegue con due canzoni bellissime, Inutile e Rimini. Non a caso entrambi hanno scelto Rimini come città simbolo di una storia triste, la prima in piccolo (una triste giornata d'amore) e la seconda in grande (la distruzione del popolo dei nativi americani). Frasi come "e dire che volevo regalarti un compleanno un pò diverso" e "non regalate terre promesse a chi non le mantiene" vogliono forse anche rappresentare la consapevolezza, che i due artisti avevano, che purtroppo non sempre le cose vanno come dovrebbero andare, anche per l'ipocrisia dei potenti ("abortire l'America e poi guardarla con dolcezza"). Ma le due Rimini portano anche alla luce una delle maggiori contrapposizioni esistenti fra i due artisti, piu diretto l'uno nei suoi racconti ("deserta nell'estate in ogni simbolo imbecille e vacanziera"), più ermetico l'altro nelle sue poesie ("non fate più scommesse sulla figlia del droghiere"). Ma questo è naturale, la poesia è sempre stata più ermetica della prosa, e infatti ecco, da questa analisi emerge quella che è forse secondo me è la contrapposizione più bella fra Guccini e De André , perché è quella che caratterizza ciascuno dei due: Francesco era più un cantastorie, perché metteva in versi la prosa, cosa non facile per altro, Fabrizio era più un poeta che con la sua voce inconfondibile parlava cantando attraverso i versi delle sue poesie. E non potrebbe essere diversamente, perché senza questa caratterizzazione probabilmente nessuno dei due sarebbe stato quello che è stato.

Ecco, questo è quello che scrissi più di 20 anni fa, rivisto con senno di poi, e che fu pubblicato sul sito della Brigata Lolli. Una cosa bellissima che mi viene in mente, e che ha dell'incredibile, è che anche Lolli scelse Rimini per raccontare una storia per lui non bellissima, ovvero la storia di quell'Adriatico che lui era costretto a sorbirsi per andare al mare con i genitori, e che spesso anche dopo continuò a perseguitarlo quando andava a fare i concerti nelle Marche, in Abruzzo, Molise o Puglia, e doveva prendere il treno da Bologna costeggiando tutto l'Adriatico! Sicuramente questi erano e rimangono pensieri miei che si prestano a tante opinioni diverse, ma soprattutto se ne possono trovare altre, sia di intersezioni che di contrapposizioni. Però fu carino scrivere un post come questo e, soprattutto, riuscire a completare il mio tema 😂😊

PS. Intanto come regalino vi metto qui questo link a un cruciverba interamente dedicato a Guccini, appunto il Gucciverba, che contiene tutte le definizioni attinenti al Guccio e che qualcuno di voi sicuramente conosce già 😊 Lo creai per gioco in quell'epoca in cui scrissi il post che vi ho riproposto, e che poi fu scoperto e ospitato su uno dei siti importanti dedicati al maestrone di Pavana.

mercoledì 20 aprile 2022

Le fettuccine di Catarina

Dite la verità, pensavate che avessi sbagliato la lettera A giusto? 😀 Forse non tutti, ma sicuramente qualcuno che lo ha pensato c'è 😉 Come sicuramente ci sarà qualcuno che, leggendo il titolo, avrà pensato di trovare nel post anche la foto di un bel piatto di tagliatelle, che in Abruzzo si preferisce chiamare fettuccine 😋 No, non c'è nessun piatto qui sotto, anche se la storia vissuta in un paesino dell'entroterra abruzzese che sto per raccontarvi ne ha molto a che fare, e non è un errore la A al posto della E 😊

Catarina è il modo in cui viene chiamata in dialetto castiglionese una donna che si chiama Caterina! Dialetto castiglionese, ovvero quello di un piccolo comune della provincia di Pescara che si chiama Castiglione a Casauria, di cui dopo vi mostrerò uno scorcio per me molto importante.

Questa Caterina di cui vi sto per raccontare è una delle signore per bene d'altri tempi a cui ho voluto più bene in vita mia! E so anche benissimo quanto me ne ha voluto lei 💓 E' mancata qualche anno fa, ma resterà per sempre nel mio cuore e nei miei ricordi più belli!

Caterina

Caterina era la mamma del mio amico Gianni, che vi "presentai" in uno dei primi post di questo blog 💓 Lei, suo marito Mimì, e i loro figli Gianni e Annamaria, miei amici del cuore, abitavano appunto a Castiglione a Casauria, proprio in questa strada che vedete nella foto qui sotto e che è una delle tre uscite dal paese.

Castiglione a Casauria (foto di Raffaele Di Loreto)

La loro era una di quelle case sulla sinistra, in cui si viveva sempre un'aria di paese, fatta di semplicità e amicizia, anche se ovviamente i pettegolezzi non potevano mancare 😂 Soprattutto quando nei primissimi tempi in cui io frequentavo la loro casa abitava con loro una zia, chiamata zì Marietta...non vi sto a raccontare quanti "Catariiiiiiiii....." volavano durante la giornata, perché zia Marietta aveva sempre da ridire, e Gianni spesso la riprendeva con un altrattanto sonoro "zì Marieeeee....e basta mo'" 😂 Oppure Mimì, che da ex fumatore non sopportava più le sigarette e quando entrava in bagno puntualmente diceva "Chi ha fumét? Giààààààà...Annamarìììììì..." 😂😂

Quante volte io e mio fratello Michele siamo stati lì, anche per interi weekend, in cui le ore di risate superavano abbondantemente tutte le altre! E dormivamo in tre in un letto matrimoniale!

Michele, Gianni e io

Caterina cominciò a volermi bene praticamente dal primo giorno, e ogni volta che arrivavo il suo "Nicoooooo" rimbombava per tutto il vialetto! Se per qualche motivo non eravamo potuti andare, chiedeva sempre a Annamaria e Gianni "Ma Nico i Michel n'hann vinut?" oppure "quando vengono?". Spesso io e lei ci siedevamo a fare due chiacchiere davanti al camino, e lei mi raccontava le sue vicissitudini, mi diceva che zia Marietta aveva rotto eheheh, oppure che la pianta aveva fatto meno peperoncini rispetto agli anni precedenti (Mimì ne andava matto e li mangiava pure da soli col pane, e anche a me non dispiacevano), o anche affettuosamente mi chiedeva come stavano a casa o che ci avrebbe voluto lì tutte le domeniche! Una signora d'altri tempi, che dava tutta sé stessa per le persone a cui voleva bene 💓

E ora arriviamo al punto! Caterina quando stava ai fornelli si trasformava, preparare da mangiare e vedere gli altri apprezzare la rendeva immensamente felice! Ci faceva sempre trovare qualcosa quando arrivavamo, ciambelloni e crostate che aveva fatto lei, e nei periodi natalizio e pasquale soprattutto non potevano mancare i calcionetti abruzzesi ripieni di marmellata d'uva ma soprattutto ripieni di farina di ceci come piacevano a me. Ma il suo cavallo di battaglia era uno!!! 😍 Appunto le fettuccine di Catarina! Guai ad andarle a comprare già fatte, un sacrilegio (ma quando raramente non è stata bene cedeva, perchè era impossibile non fargliele "quando viniv Nico" 😂💕). Proprio così, quando dovevamo andare il suo primo pensiero dalla mattina era quello di farmi trovare le fettuccine ("perché a Nico gli piacciono")! In effetti erano buonissime, col suo ragù rigorosamente senza bucce (lei lo sapeva benissimo che non le reggevo) e l'olio di peperoncino sopra, e io ne mangiavo anche 3 o 4 piatti pieni (mio fratello Michele non ce la faceva eheheh) rendendola immensamente felice! 😂 D'altra parte me lo potevo permettere, visto che ero alto 1 metro e 93, pesavo 80 chili e porca miseria non ingrassavo per niente! 😤 Poi subito dopo immancabile la sua insatata di pomodori, con quel basilico che si sentiva per tutta la casa. 

Quindi queste fettuccine di Catarina sono rimaste famose nel tempo per la loro bontà e per tutto l'affetto che c'era dietro...ma lo divennero anche per un secondo motivo abbastanza simpatico! Finita l'Università e il servizio militare, dovetti trasferirmi a Milano per lavoro, e di conseguenza non potevo più andare a casa di Gianni e Annamaria tutte le domeniche! Ma, e qui viene il punto, il mio metabolismo ha cominciato piano piano a cedere. Andavo sempre da Gianni e Annamaria quelle volte che potevo, ma...3 o 4 piatti di fettuccine colmi non ce l'avrei più fatta a mangiarli. Caterina ha continuato a farmele ogni volta...però la prima volta che mi fermai a due alla fine mi disse convinta "Nicooooo, non ti sono piaciute?" 😂😂😂 Tutti giù a ridere quel giorno, so che Annamaria, mia amica del cuore, quando leggerà queste ultime righe, si farà una valanga di risate! E tantissime risate si faranno sua figlia Margherita (che è uguale uguale a Gianni 💓) con il marito Alessandro, a cui voglio tantissimo bene (non vedo l'ora di conoscere finalmente la loro bimba Anna), suo figlio Umberto, e tutti coloro che c'erano o che sapevano di questa tradizione delle "fettuccine per Nico"! 😂

Catarì, è stato un onore per me fare parte della tua vita! 💓

venerdì 1 aprile 2022

Codice rosso

In questi ultimi anni tremendi, in cui siamo passati da una pandemia devastante arrivando, proprio quando si cominciava a scorgere la luce all’orizzonte, a toccare il fondo addirittura con una guerra che non fa bene a nessuno e che vede gli interessi economici al primo posto nelle agende di tutti i potenti e sovranisti (altrimenti si sarebbe data la medesima importanza anche a tutte le altre guerre che da anni riempiono il nostro pianeta), risvegliando anche gli istinti guerrafondai di tanti capi di stato…in questi ultimi anni tremendi in cui nel mio caso c’è stato anche il fatto personale importante di un’uscita forzata dal lavoro, sì con un accompagnamento tutto sommato buono, che però non toglie la tendenza del mondo del lavoro attuale di considerare le persone come numeri, e non come esseri umani…dicevo, in questi ultimi anni tremendi in cui è successo e sta succedendo tutto questo, è stato un tutt’uno riprendere in mano questo bellissimo libro, scritto dalla mia compagna di scuola e amica Donatella Galante a cui voglio molto bene, e rileggerne alcuni dei passi più significativi.

Codice rosso, di Donatella Galante

In questo libro, che si chiama appunto Codice rosso, attraverso il filo conduttore rappresentato dal lavoro continuo delle strutture mediche di soccorso del 118 e che tutti abbiamo apprezzato durante la pandemia, Donatella tratta con dolcezza e con delicatezza diversi temi, fra cui i principali sono quello dell’amicizia, quella fra una dottoressa e un’infermiera del 118 (ma non solo), e quello della prevaricazione e della corruzione nel mondo del lavoro, in cui molti manager sono sempre pronti a esaltare sé stessi con azioni senza scrupoli e considerando i propri riporti non come persone, ma solo come mezzo per soddisfare egoisticamente le proprie ambizioni (Donatella ha scelto di identificare questi manager attribuendo il cognome Rospetti al protagonista negativo del libro 😂), e non manca il tema dell’amore, vissuto intensamente sia da Cassandra, l’infermiera nata ribelle protagonista del romanzo, e sia da due ragazzi omosessuali. Nel libro si scorge benissimo anche un evidente, anche se potrebbe sembrare velato, sfondo politico e antirazzista, che va da una critica anticapitalista e quindi tutto sommato non certo filo-americana, a una forte determinazione nella difesa sacrosanta, attraverso i fatti non solo a parole, del mondo LGBTQ denigrato dalla politica attuale (abbiamo visto tutti che deriva squallida c’è stata in Parlamento quando non è passato il DDL Zan), invitando a voler essere ognuno sempre sé stesso indipendentemente da quello che possono pensare gli altri. Donatella riesce a parlare con dolcezza anche a volte attraverso parole forti e decise di una dottoressa, Laura Gentile, che volutamente ricorda la stessa Donatella, visto che infatti è anche lei una bravissima dottoressa del 118. Laura spesso sembra dura nella sua amicizia con Cassandra, anche quando ha dovuto purtroppo allontanarsi forzatamente. Ma nella durezza c’è amicizia forte, c’è amore, c’è solidarietà…tutte cose che significano tenerci a una persona.



lunedì 28 marzo 2022

Compleanno di Claudio Lolli

Da diversi anni ormai il compleanno di Claudio era diventato una ricorrenza che faceva parte integrante della mia vita, non c'era scampo, in un modo o nell'altro gli auguri glieli dovevo fare per forza! 🎂

Abbiamo iniziato con le mail, proprio all'inizio della nostra conoscenza, e dalle sue risposte traspariva già un affetto incondizionato, anche se mi conosceva poco e le mie doti di stalker nei suoi confronti non erano ancora così sviluppate 😅

Successivamente siamo passati agli SMS da quando mi diede il suo numero di telefono, rendendomi immensamente felice! Quanti SMS che ci siamo scritti, e riuscivamo a farci parecchie risate anche solo con quelli. Come sapete con un SMS è riuscito a farmi sorridere anche quando è mancato mio papà 💓 Ma ogni volta che gli facevo gli auguri via SMS, con la sua risposta spesso riusciva a farmi venire le lacrime dal tanto ridere! 😂😂😂

Poi ho cominciato anche a chiamarlo direttamente per fargli gli auguri, a volte in conferenza a tre con Maria e la mia amica Anna, e non sto a raccontarvi quanto si rideva subito dopo il nostro "tanti auguri prof, buon compleanno"! A volte pensavo che avrebbe tranquillamente potuto fare il comico, e spesso ridevo fra me e me pensando che magari per un segno del destino il suo impegno da malinconico e triste era passato a allegro e scanzonato senza che nessuno se ne fosse accorto prima!

E oggi, oggi che non c'è più da quasi 4 anni, posso dirvi con gioia che la tradizione non si è interrotta e almeno un post via social ho bisogno con tutto me stesso di dedicarglielo! 💙 Oggi ho esagerato, perché glie ne ho già dedicati due su Facebook e Instagram, e a questo punto non posso non farlo qui a casa mia, ovvero in questo blog!

Lolli e Capodacqua a Campiglia Marittima (LI)

Mi manca molto come avete capito il fatto di non potergli fare gli auguri di persona come ormai era tradizione ogni anno, per cui oggi voglio fargli gli auguri ricordando una delle persone migliori che abbia mai conosciuto con questa bellissima foto del mio amico "Federico il chimico"...così lo chiamava affettuosamente un altro grande che manca moltissimo, ovvero Stefano Rosso! In questa bellissima foto eravamo a Campiglia Marittima, in provincia di Livorno, nel lontano 2010, a uno dei più bei concerti di Claudio Lolli che abbia mai visto, organizzato da altri due amici lolliani, Narciso Moschini e Pino Calautti. Sul palco c'è Lolli con il suo inseparabile chitarrista e amico Paolo Capodacqua!

Buon compleanno amico mio, ti voglio bene e ci manchi!
Nico